«Mi rifiuto di essere la serva di persone che non conosco, qualunque sia il loro nome.»

«Mi rifiuto di fare da serva a gente che non conosco, qualunque sia il loro cognome.»
«Non sono qui per essere la domestica di nessuno, nemmeno se porta il mio stesso sangue.»

Quella sera, dopo una giornata estenuante in farmacia, trascinavo i piedi nellascensore, sognando solo una doccia bollente, un pigiama morbido e una tazza di tè in santa pace. Ma ancora prima di potermi cambiare, mio marito, Luca, mi chiamò. La sua voce, calma e senza il minimo imbarazzo, mi annunciò:
«Preparati, Isabella, stasera abbiamo ospiti. Mia sorella, Giulia, viene a passare qualche giorno!»

Un vuoto si aprì dentro di me. Non era una richiesta, né una discussione, ma un semplice fatto: il mio tempo non era più mio. Rimasi sbalordita. Quale Giulia? Perché nessuno me ne aveva parlato? Ah sì, la sua sorellina, che non avevo mai incontrato e con cui non avevo mai scambiato nemmeno un messaggio. Di lei sapevo solo qualche aneddotouna ragazza di campagna, vicino a Firenze, ancora al liceo, apparentemente tranquilla e indipendente, come si usa in quelle zone. Ma sentir parlare di qualcuno è una cosa; vederlo piombare in casa senza preavviso è unaltra.

Luca, come se niente fosse, chiacchierava già con lei in cucina quando arrivai. Bevavano già tè, e Giulia sembrava perfettamente a suo agio, come se fosse a casa sua. Dopo cena, cominciò a esplorare lappartamento con una curiosità malcelataentrando in ogni stanza come in un museo, soffermandosi soprattutto nella nostra camera, che evidentemente le piaceva molto. Fece anche una piccola sessione di foto, sparse i miei prodotti di bellezza e provò qualche mio gioiello. Io rimasi immobile.

«Giulia, scusami, ma questo è il mio spazio personale. Sei entrata senza chiedere e tocchi le mie cose. Non mi piace,» dissi con calma ma fermamente.

Abbassò lo sguardo, facendo la timida:
«Non sapevo che ti desse fastidio Volevo solo vedere come vivi.»

Non risposi e andai a farmi la doccia. Quando fu ora di dormire, scoprii che non cera più nemmeno una bustina di tèavevano bevuto tutto. Niente tè, niente tranquillità, e soprattutto, niente comprensione. Prima di addormentarci, Luca aggiunse:
«Potresti pensare a cosa fare con Giulia questo weekend. Si annoierà senza compagnia!»

Trattenni un sospiro. Perché avrei dovuto cambiare i miei piani per una ragazza che vedevo per la prima volta? Avevo organizzato una giornata di shopping, un pranzo e una passeggiata con la mia migliore amica, che non vedevo da quasi un anno. E adesso? Cancellare tutto per unadolescente che nemmeno sua madre aveva accompagnato?

Il giorno dopo, mentre ancora pensavo alla colazione, Giulia era già truccata, in jeans scintillanti, con il telefono in mano davanti alla porta.
«Allora, andiamo? Volevo andare al centro commerciale, e poi magari al ristorante?»

La guardai e risposi con misura:
«Senti, Giulia, hai un telefono con il GPS. Ecco un duplicato delle chiavivai dove vuoi. Ma per favore, non disturbarmi.»

«Cosa?!» Sembrò sconvolta. «Pensavo che tu e Luca mi avreste accompagnata. Non ho soldimamma non mi ha dato nulla, contavo su di voi»

«Si può passeggiare senza spendere. E se hai fame, sai dovè il frigo.»

Silenzio. Si sedette in cucina, con laria imbronciata. Io presi le mie cose e andai al centro commerciale. Semplicemente perché non volevo più sentirmi unestranea in casa mia.

La sera, arrivò tutta la famiglia. Capii troppo tardi che si trattava di un interrogatorio di gruppo: perché avevo ferito la povera Giulia, perché mi rifiutavo di darle soldi, perché ero così egoista. Nessuno mi lasciò dire una parola. Gridavano tutti. Giulia, nellaltra stanza, recitava la parte della martire, vittima della mia presunta crudeltà.

Li ascoltai, poi dissi:
«Non sono una serva. Non devo niente a nessuno. Giulia non è nulla per me. Non lho invitata. Il mio stipendio basta appena per me. Se tenete così tanto a vostra nipote, organizzatevi in famiglia per pagarle il soggiorno.»

Luca rimase in silenzio. Solo a notte fonda, quando se ne furono andati tutti, sussurrò:
«Hai ragione Non volevo litigare con loro.»

Fine della storia. Non sono egoista. Sono semplicemente una donna che pretende rispetto. E se qualcuno crede che famiglia faccia rima con gratis e servitù, si guardi prima allo specchio e si chieda se ha il diritto di invadere la vita degli altri senza permesso.

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«Mi rifiuto di essere la serva di persone che non conosco, qualunque sia il loro nome.»
„Tu ești o slujnică”, râdea soacra, fără să știe că eu sunt proprietara restaurantului unde ea a spălat vase timp de 10 ani.